Avete mai provato ad applaudire con una mano sola?
Sono Gabriella Carlucci, l'altra mano.
Classe 1959, nata per caso (padre soldato) ad Alghero, udinese di adozione, tutte cose che hanno segnato profondamente la mia vita.
Gli anni, infatti, erano quelli del boom, della speranza, della fatica, il Friuli, la terra della mia infanzia e adolescenza fatta di gente concreta, operosa e determinata, un'educazione severa fatta di traguardi da raggiungere, senza scorciatoie, grandi valori in cui credere e forti esempi da seguire.
È così che sono arrivata alla politica: un impegno da assolvere con serietà al servizio del mio Paese.
Retorica? Qualcuno può anche pensarlo, ma, dico al netto della presunzione, che non ero, allora, una sconosciuta senza arte né parte (ho due lauree e parlo cinque lingue) alla ricerca di un'ultima occasione.
A trent'anni avevo alle spalle l'esperienza d'inviata speciale della mitica trasmissione di Enzo Tortora, Portobello, la conduzione di due edizioni dell'altrettanto mitico Festival di Sanremo, poi ci furono gli anni di Buona Domenica, senza contare le altre trasmissioni che mi hanno visto impegnata per oltre vent'anni sul piccolo schermo: insomma avevo fatto tutto quello che una ragazza che sceglie la tv come lavoro poteva sperare di fare.
Arriva, a metà degli anni novanta, l'incontro politico con Silvio Berlusconi che già conoscevo come editore ed amico. Per essere precisi, siamo nel 1994 e mi capita di leggere il programma di Forza Italia: la mia adesione fu immediata ed entusiastica.
Così immediata ed entusiastica che un capo struttura di Mediaset (avete letto bene) mi rimproverò aspramente e cominciò uno strano periodo professionale, fatto sempre di fatica e dedizione ma in una sorta di limbo: "Per tutelare la mia immagine", dissero.
Siccome nessuno conosce bene Gabriella Carlucci come Gabriella Carlucci stessa, il tutto servì ad accelerare una decisone presa.
E allora via con l'impegno e la propaganda, parole vecchie ma esprimono bene l'agire politica.
Non arrivavo digiuna di politica, nel '68 avevo nove anni (si deve sempre citare per civetteria e perché segna l'inizio del grande conformismo di sinistra), ma nel '92 ne avevo qualcuno in più, inoltre ho avuto la fortuna (per scelta per formazione) di girare il mondo, per cui la mia non poteva che essere una scelta profondamente democratica e occidentale e radicalmente anticomunista: per la libertà bisogna essere disposti alla buona battaglia.
Organizzai, con qualche sodale, la lettura teatrale de "Il libro nero del comunismo" laddove si raccontava, finalmente, senza infingimenti né salamelecchi, la vera natura di quella sventurata ideologia, che lutti e devastazioni ha seminato per il mondo. E non ha ancora finito.
In una di queste performance incontro Silvio Berlusconi, che apprezza il lavoro e mi propone di candidarmi alle elezioni politiche del 2001.
Questa volta a differenza del '94 accetto.
Mi spediscono in un collegio uninominale considerato perso dalla destra e vinco.
Il resto è storia recente, la ricandidatura nel 2006, il record di presenza in aula, numero due legislature.
Non è che da parlamentare la mia vita migliora, anzi, l'impegno e la passione aumentano.
Sono l'orgogliosa mamma di Matteo e siccome ho scelto di essere madre cerco di fare quello che qualunque donna fa per suo figliolo, lo stesso vale come moglie.
Certo, il Parlamentare, l'Aula, le Commissioni, il Collegio elettorale in Puglia, l'attività di conduttrice televisiva che non ho mai abbandonato (è il mio mestiere), non lasciano molto spazio. Però, si può fare e si fa!
Non sono mancate le carinerie di certa stampa, soprattutto quella femminile, che è riuscita ad inventarsi di tutto e di più per dipingermi come un farfallona, in particolare, come una pazza al volante, che parcheggia dentro i negozi, tampona gli autobus (sic!), guida la moto senza casco, gira traballando sui tacchi e altre piacevolezze.
E figuratevi se mancava il capitolo dell'attività professionale. Fior di penne, quasi sempre femminili (l'adorabile solidarietà tra donne), si sono esercitate a gridare allo scandalo perché durante la trasmissione su ambiente, territorio e agricoltura, "Mela verde", che conduco con Edoardo Raspelli su Rete4, faccio anche telepromozioni.
Quando il dito indica la luna, guarda il dito e chissenefrega dell'ambiente e del fatto che le tv commerciali non si mantengono con i soldi degli italiani.
(Non capisco, si fa per dire, perché chi fa l'avvocato, il giornalista, il medico e dintorni può continuare la professione mentre...)
E volete che una come me possa fare politica come tempo libero? Non esiste!
Come non esiste il contrario e cioè la politica come professione.
La politica di professione non è quasi mai una passione vera ma, in genere, una chiamata alla militanza
molto ben retribuita; su questo si è fondata per anni la cultura comunista e clientelare.
Il terremoto giudiziario dell'inizio degli anni novanta si limitò a scoprire quello che tutti sapevano.
Il delirio giudiziario che ne segui falcidiò un intera classe politica, certamente colpevole di gestione allegre, di spregiudicate operazioni, di arroganza al limite del ricatto e di ladrocini belli e buoni.
Tutte colpe imperdonabili e sanzionabili, come quella di aver garantito la democrazia, la libertà e lo sviluppo del nostro Paese.
Dai terremoti e dai deliri si salvò solo il Partito Comunista, una formazione politica che ha candidamente ammesso di aver avuto finanziamenti solo dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica, dunque un atto di solidarietà tra partiti fratelli.
Ecco chi sono i professionisti della politica, quelli che possono sfacciatamente dichiarare un'enormità come quella di farsi finanziare da uno Stato straniero nemico della democrazia, che ha assassinato milioni di suoi concittadini, che ha abbattuto regimi democraticamente eletti, invaso paesi, ridotto alla fame i popoli.
Io non credo che i soldi li hanno beccati solo dai sovietici!
Non mancano poi gli abili professionisti della politica, quelli bravi a sostenere la necessità del bene comune... dopo aver soddisfatto il proprio.
Ecco perché io non posso fare la politica come professione, ma solo come servizio.
Eppoi, sì! Noi, quelli che la politica vogliono farla sul serio, siamo differenti da loro!
Le cose si fanno con serietà e con impegno o meglio lasciar perdere.
Non si possono chiedere voti alla gente, tanto poi ci pensa il partito.
Troppo comodo!
È la tua faccia che devi avere il coraggio di spendere.
Tra un appello sulla pace e la banale richiesta di sistemare i tombini non si possono avere dubbi, si sceglie il tombino.
Per questo siamo diversi, ci vogliamo occupare della gente e del loro difficile quotidiano.
Come pensate che si possa risolvere i grandi problemi della pace e della giustizia se non siamo in grado di dare sicurezza e benessere alla nostra gente?
Avevo detto che siamo diversi.
Allora ecco qui l'altra mano.